Morire per Kabul?
A cura di Edmondo Cirielli per Area - Magazine
Morire per Kabul ? Questa è la domanda che l’opinione pubblica occidentale e Italiana si pongono, questo l’interrogativo dei nostri ragazzi in Afghanistan. Ma, soprattutto, quale risposta da dare ai familiari delle nostre vittime e dei nostri feriti.
Come è noto, dopo gli attentati terroristici dell' 11 Settembre 2001 l’Onu con la risoluzione 1368 del consiglio di Sicurezza, riconoscendo il diritto di legittima difesa individuale e collettiva per gli Stati Uniti d’America di fatto apriva la strada all’attivazione dell’articolo 5 del Trattato NATO che stabilisce l’obbligo di difesa dei membri dell’Alleanza. Il 7 Ottobre gli USA a capo di una coalizione Occidentale avviavano l’operazione Enduring Freedom con una serie di bombardamenti dell’Afghanistan. In due mesi il regime Talebano era rovesciato. La Conferenza di Bonn del 5 Dicembre sotto l’egida dell’ONU creava un governo ad interim. L’Italia ha partecipato all’operazione Enduring Freedom dal Novembre del 2001 con la Marina Militare impegnata in attività di sorveglianza e interdizione marittima con un Gruppo navale d’altura con nave ammiraglia la portaerei”Garibaldi”.
Nel 2003 ha operato una Task Force terrestre “Nibbio” con oltre mille uomini impegnati al confine con il Pakistan. Nel 2006 la partecipazione italiana a Enduring Freedom è terminata poiché il nostro intervento è stato assorbito totalmente dalla missione ISAF ( International Security Assistance Force) dispiegata nel frattempo dalla NATO nel territorio Afghano. Tale missione aveva dapprima lo scopo di garantire un ambiente sicuro a Kabul per tutelare l’Autorità Provvisoria afghana e poi con la Risoluzione ONU 1510 del 13 ottobre tale compito è stato esteso a tutto il territorio della nazione centroasiatica. Tale aspetto assume un particolare significato per evidenziare la mala fede di quanti, sinistre radicali, verdi e Idv affermano la contrarietà all’Articolo 11 della Costituzione del nostro intervento. Articolo 11 che prevede invece la possibilità di interventi armati nell’ambito della Carta delle Nazioni Unite. L’Italia ha assunto dal giugno del 2005 il compito di coordinare le operazioni militari( Forward Support Base) e civili(Provincial Recostruction Team)della zona sud ovest che comprende la città di Herat con un contingente di oltre duemila militari. Nel 2007 anche il comando regionale di Kabul, la capitale Afghana, è stato retto dall’Italia. Infine l’Unione Europea a pianificato un’iniziativa PESD (cioè di Politica Europea di Sicurezza e Difesa) denominata EUPOL, che ha il compito di favorire lo sviluppo di una struttura di sicurezza afghana sostenibile ed efficace conforme agli standard internazionali. Alla missione partecipano Carabinieri e Finanzieri ed ha sede a Kabul. Questo lo scenario.
L’interrogativo posto all’inizio dell’articolo già trova alcune risposte in questa fredda analisi tuttavia è necessario innanzitutto verificare lo stato dell’operazione e poi capire che cosa significa vincere in Afghanistan. Abbiamo detto come la comunità internazionale per la prima volta ha con estrema determinazione autorizzato e auspicato l’uso della forza contro un paese sovrano. Una trentina di risoluzioni del Consiglio di sicurezza di condanna del terrorismo internazionale, del regime talebano e di al-Quaeda ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite sono un autentico record. E’ chiaro quindi che la sfida che si sta affrontando in Afghanistan sia di fondamentale rilevanza, non solo per la NATO, impegnata con ISAF in prima linea, ma anche per la credibilità e affidabilità dell’intera comunità internazionale. Un fallimento della missione mostrerebbe, quindi, non soltanto l’incapacità dell’ONU a gestire le crisi del nuovo mondo globalizzato, ma anche la sua perdita di credibilità nel far rispettare i valori della Carta. Attesa questa consapevolezza vi è la dura realtà di una situazione che si sta deteriorando sul terreno, la Coalizione non vince anche se non stanno vincendo nemmeno i talebani e i loro alleati arabi, ma la non vittoria della Comunità Internazionale è già un successo per gli insorgenti. Queste valutazioni le fa ormai apertamente l’ONU che afferma chiaramente il forte aumento degli attacchi e delle azioni terroristiche. In quest’anno già si sono registrati il maggior numero di caduti della coalizione dai tempi del rovesciamento del regime talebano(2001). Dopo il vertice NATO di Bucarest tra gli alleati, USA compresi, si è fatta strada l’idea con evidenza, che solo con un “comprehensive approach” si potrà venire a capo della vicenda: la lotta ai talebani ed al-Quaeda, la lotta al traffico illegale di oppio e la ricostruzione civile dell’Afghanistan devono essere affrontate in maniera unitaria. E in tale visione non si possono trascurare gli interessi e le preoccupazioni dei principali attori regionali, Pakistan , Iran e India.
E’ necessario quindi un cambiamento radicale della politica e dell’atteggiamento del governo pakistano nei confronti delle milizie dei terroristi che usano la fascia interna frontaliera del territorio come base per gli attacchi in territorio afghano. Tale cambiamento passa per aiuti economici mirati e sostegno al nuovo governo che però non va delegittimato agli occhi dei cittadini poiché è notorio che il retroterra fondamentalista afghano risiede proprio in Pakistan. Dare l’impressione e voce alla propaganda talebana che il Pakistan come l’Afghanistan sia un governato da fantocci nelle mani delle potenze occidentali sarebbe un gravissimo errore. Si da atto al Ministro Frattini di aver agito subito in tal senso annunciando in una visita lo scorso ottobre ad Islamabad una serie di aiuti e cooperazioni nel campo socioeconomico e militare. Così non si può ignorare le aspettative di stabilizzazione afghana che si attende l’India, secondo (dopo l’USA) contributore economico della coalizione, che tuttavia preoccupa non poco il Pakistan, per la storica rivalità nel Kashimir. Ed infine non si può non coinvolgere l’Iran da sempre interessato per questioni culturali etniche e religiose della regione confinante di Herat, dove per’altro sono stanziate le nostre truppe. Sul fronte sociale bisogna criticare la strategia finora condotta riguardante il traffico dell’oppio, unica vera produzione afghana. Se è vero che c’è un diretto rapporto tra incremento del traffico, e produzione di droga con l’aumento delle potenzialità militari dei terroristi è anche vero che la semplice eradicazione delle coltivazioni dell’oppio rischiano di far passare, agli occhi della popolazione, la NATO e i suoi alleati come affamatori che privano i contadini della unica loro fonte di reddito. E’ necessario diffondere e sostenere colture alternative egualmente appetibili e perfino massicci acquisti pubblici di droga. Sulla ricostruzione civile della’Afghanistan si gioca una partita davvero decisiva. A parte che il mancato controllo del territorio la rende difficile, anche l’approccio centralizzato fin’ora posto in campo crea non pochi problemi. L’Afghanistan è poco più di un espressione geografica il cui concetto stesso di stato nazionale e centrale cosi come lo intendiamo noi, risulta estraneo alla storia e alla cultura dei popoli e le tribù che insistono sul territorio. L’idea di imporre un’autorità nazionale cancellando con la forza la cultura tribale delle varie etnie è assolutamente velleitaria. Sulla base di questa considerazione si evidenzia la necessità di coinvolgere nei PRT( Provincial Reconstruction Team, gli enti della coalizione preposti alla ricostruzione e costruzione civile) le realtà locali e tribali. E’ altrettanto evidente che le singole comunità provinciali sentendosi oggetto di un’attenzione specifica nel quadro di una logica centralizzata non potranno ignorare il più ampio quadro in cui l’Autorità Nazionale potrà diventare un riferimento e non un elemento estraneo imposto dalla Nato. In questa stessa prospettiva di maggior coinvolgimento della società diviene cruciale “l’afghanizzazione” della sicurezza, sia per poter delineare un exit strategy sia per dare maggior forza e visibilità alle istituzioni afghane. Non bisogna infatti mai dimenticare che la migliore arma della propaganda talebana è quella di rappresentare il governo nazionale a guida Karzai come un fantoccio nelle mani degli americani e degli occidentali. E’ fondamentale quindi non solo irrobustire l’Esercito afghano ma anche far compiere un salto di qualità alla polizia . A tale scopo si sta lavorando, ma servono molti uomini delle polizie europee specializzate in particolar modo Carabinieri e Finanzieri. Bene hanno fatto Berlusconi e La Russa con l’ultimo decreto di rifinanziamento delle Missioni Internazionali approvato Novembre con il quale se ne aumenta il contingente. Va aggiunto inoltre che i talebani non sono un molok monolitico, tutt’altro; nella galassia talebana si muovono sensibilità e posizioni diverse verso al Quaeda, gli occidentali e perfino verso il governo Karzai. Tale realtà andrebbe se non assimilata in alcune sue componenti quantomeno disarticolata.
Infine non l’operazione militare non deve essere vista come una “crociata” volta ad imporre costumi ed usanze occidentali. Per riconquistare la fiducia e il consenso delle popolazioni, unico modo per “vincere la Pace” è necessario far comprendere che lo scopo dell’intervento militare è contrastare una minaccia comune: il terrorismo internazionale. Ed in questo quadro è inaccettabile che sebbene i talebani e soprattutto al-Quaeda continuino ad uccidere tanti civili afghani e pakistani , quasi il 50% delle vittime civili sono ascrivibili ad effetti collaterali delle azioni della Coalizione Ci sarebbe ancora da dire del mancato coordinamento della missione NATO ISAF che oltre le funzioni militari di controllo del territorio svolge, come detto, tramite 26 PRT la ricostruzione civile e istituzionale del paese, con quella a guida americana Enduring Freedom che ha solo compiti militari o di guerra che dir si voglia; ma crediamo che il quadro sia sufficiente. Per l’Italia affianco alle motivazioni di ordine generale già esposte come combattere il terrorismo mondiale, la solidarietà nordatlantica, il contrasto al traffico e alla produzione internazionale della droga, l’affermazione dei diritti umani vi è anche quello di difendere il ruolo guadagnato faticosamente dalla nostra Nazione condividendo gli obbiettivi, gli sforzi e le iniziative della Comunità Internazionale. In questo quadro è chiaro che anche alla luce della nuova amministrazione USA di Obama che ha fatto della vittoria in Afghanistan la bandiera della propria azione in politica estera durante la campagna elettorale, l’impegno per l’Europa e per l’Italia sarà maggiore. Su questa rinnovata solidarietà atlantica gli USA misureranno i loro futuri rapporti. L’Italia non potrà sottrarsi. Ci vorrà un impegno maggiore quantitativo e qualitativo, al quale il Governo della PdL ha già dato una prima risposta inviando quattro aerei Tornado. Ci vorranno più risorse. Pur comprendendo le ragioni economiche, dovute alla gravissima congiuntura internazionale, del Ministro Tremonti crediamo come più volte le commissioni parlamentari della Difesa e la Camera dei Deputati con l’approvazione di un ordine del giorno in tal senso, da me presentato il 19 Novembre, è necessario aprire i cordoni della borsa. Abbiamo detto che in Afghanistan si gioca una partita che va ben al di là del prestigio dell’ONU o dell’occidente o della generica affermazione dei diritti umani e della pace, ma è in gioco la sicurezza mondiale e quindi dell’Italia. Se vale la pena morire per Kabul non potranno certo ostacolarci motivi contabili.
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